Dopo aver letto il libro di Robin Cook ho voluto provare a buttare su carta, o meglio su schermo elettronico dell’iPad, un racconto medical-thriller, 🙂.
È un racconto molto “alla buona”, rudimentale: non ho sicuramente velleità da scrittrice e nemmeno le pretendo, ma ogni tanto mi piace dilettarmi a scrivere qualcosa di totalmente mio, 😀.
Se per quanto riguarda il racconto è tutto frutto della mia mente per la copertina del racconto ho chiesto un piccolo aiutino all’AI: meglio che non vediate gli scarabocchi che faccio quando provo a “disegnare”… un bambino dell’asilo disegna sicuramente mille volte meglio di me, 🤣.
Vi lascio al racconto e… buona lettura!

“Identità Zero”.
Il dottor Luca Ferri non ricordava dell’esistenza di quel luogo. Non ricordava nemmeno d’aver mai messo piede in quell’ala dell’ospedale. Eppure il suo badge apriva una porta che non aveva mai visto prima: un corridoio sterile, illuminato da luci al neon intermittenti, nascosto dietro una parete mobile nel seminterrato dell’Ospedale San Vittore.
S’inoltrò lungo il corridoio ed arrivò ad una stanza che, dall’esterno, aveva un aspetto piuttosto anonimo. Ma ancora non sapeva che dietro quella porta qualcosa di incomprensibile si sarebbe rivelato ai suoi occhi.
Dopo essersi guardato attorno ed accertatosi che nessuno l’avesse visto entrare inserì il badge nella fessura. La porta, dopo un clic, s’aprì dolcemente e senza il minimo rumore.
La scena davanti a lui era agghiacciante.
Dentro, sei letti. Sei pazienti. Tutti in coma. Nessuna cartella clinica visibile. Solo un monitor centrale che mostrava onde cerebrali… e qualcosa che non avrebbe dovuto esserci: un segnale pulsante, identico per tutti.
“Ma che diavolo significa tutto questo?” pensò “Che cosa ci fanno queste persone qui? E perché questa stanza è così nascosta dal resto dell’ospedale?”
Luca era un neurochirurgo, non un teorico della cospirazione. Non riusciva a capacitarsi di quanto visto: che qualcuno stesse tramando qualcosa? Era questo il motivo per cui quelle persone erano separate dal resto dei pazienti?
Aveva sempre creduto nella medicina come atto di cura. Ora si sentiva “complice” di qualcosa di oscuro.
Addentrandosi nella stanza, Luca scoprì che i sei corpi tenuti in vita tramite un unico monitor centrale erano in grado, nonostante la loro condizione, di lanciargli dei messaggi.
“Ti prego, liberaci!”, le linee sullo schermo formarono queste parole.
Luca sbiancò.
Chiedevano aiuto.
Erano lì per essere ascoltati.
“Oh mio Dio! Non ci posso credere! No! Non è possibile” pensò dentro di sé.
Da quel momento ogni sua certezza iniziò a sgretolarsi. Tutto quello che fino a quel momento aveva studiato per diventare dottore perdeva d’importanza.
Perché quei pazienti non erano dei semplici degenti dell’ospedale.
Perché quei pazienti non erano lì per essere curati.
Erano delle cavie! Delle cavie umane! E qualcuno le teneva nascoste per non rivelare la loro presenza.
Quelle persone non erano davvero in coma: un’equipe insospettabile, guidata da qualcuno molto più in alto e molto più potente di un semplice dottore, aveva indotto uno stato di incoscienza simulata.
Il motivo? Quei sei pazienti erano testimoni di un piano criminale ancora più grande, ancora più terribile.
Senza perdere un istante di più uscì dalla stanza, tornò in reparto e, senza farsi vedere da nessuno, si diresse all’archivio. Lì avrebbe avuto sicuramente qualche risposta in più.
Iniziò a raccogliere e studiare i resoconti delle varie operazioni, e quello che scoprì lo sconvolse fin nel profondo.
Ognuno dei pazienti tenuti nascosti nella stanza segreta, durante l’intervento chirurgico, aveva avuto un breve momento di lucidità. Tutti avevano sentito i medici parlare di un modo per “creare uno stato di finta incoscienza” e di come questo fosse efficace per modificare i pensieri e renderli cavie da laboratorio. Una volta completata la trasformazione venivano risvegliati e usati per studiare la mente umana, in particolare la capacità del cervello di incanalare e salvare ricordi non loro.
Quel segreto non poteva rimanere nascosto ancora a lungo, ma delle domande lo spinsero a ragionare e a pensare prima d’agire: chi era coinvolto in quell’esperimento? Di chi poteva e di chi non poteva fidarsi?
Iniziò a vagliare varie ipotesi e a scartare chi, secondo lui, poteva essere a sua volta all’oscuro di tutto.
Tra le persone che ritenne non coinvolte c’era anche la dottoressa Silvia Moretti, anestesista e sua collega da quando, entrambi, avevano iniziato il tirocinio all’interno dell’ospedale.
I due dottori iniziarono a studiare le varie carte e scoprirono che il farmaco usato, lo ZB-13, non era registrato ufficialmente tra quelli presenti nella lista dei farmaci usati dall’ospedale.
Quel farmaco era instabile, capace di simulare il coma e cancellare la memoria.
Tra i dati delle carte c’era anche il nome che era stato dato all’esperimento.
Il progetto si chiamava Identità Zero, e dietro c’era una rete che coinvolgeva medici, militari e una società biotech chiamata CerebraTech.
Una volta scoperto tutto decisero che avrebbero fermato, anche a costo della vita, quel folle piano. Così uscirono dall’archivio e si misero a correre per tornare alla stanza segreta.
Ma un ostacolo li stava aspettando: il dottor Ricci, direttore sanitario dell’ospedale, si piantò in mezzo al corridoio e li fermò: “Dove state andando così di fretta? chiese loro “E che cosa ci fate con quelle carte in mano?”
I due, vistisi scoperti, provarono a giustificare la loro presenza dicendo che avevano sentito degli strani rumori e che stavano andando a controllare.
Ma il direttore sanitario era un tipo molto furbo e non se la bevve. “Datemi quelle carte o sarà peggio per voi” disse con voce calma ma autoritaria.
“No!” esclamò Silvia “Non potrà nascondere tutto per sempre! La verità verrà fuori!”
Con un movimento impercettibile della mano il direttore richiamò un paio di guardie: “Prendeteli e portateli dove sapete. Nessuno deve sospettare niente… facciamolo sembrare un incidente, ok?
I due annuirono e trascinarono Luca e Silvia fino ad una sala “visite”.
L’interno era piuttosto singolare e spartano: al posto di un lettino c’era un’unica sedia metallica provvista di cinghie e un monitor acceso. Mentre una delle guardie provvedeva a sistemare e a legare Luca sulla sedia l’altro teneva Silvia ferma sotto la minaccia di una pistola.
“Benvenuti nella stanza della ri-programmazione amici cari.” disse il direttore mentre applicava degli elettrodi alla testa di Luca “Quella che vedete è una sofisticatissima macchina per la modifica del pensiero e la rimozione dei ricordi. Credo che non ci sia bisogno di molte spiegazioni su come funzioni: mi basterà premere questo pulsante e tutti i vostri ricordi verranno modificati. Avremmo potuto seguire tutta la procedura ma sarebbe stato troppo lungo… e poi, ormai, sapete tutto. Quindi direi di passare subito alla fase due dell’esperimento.”
“Non così in fretta Doc!” esclamò una voce sulla porta della sala.
“Ah, De Santis. Il nostro paziente introvabile. Non dirmi che ti è tornata la memoria.”
“Credevi d’avermi messo fuori gioco sporco bastardo? Eppure avresti dovuto accorgerti che il tuo trattamento presentava qualche difetto.”
“Non sarà un problema resettare nuovamente la tua memoria, sai? Mi basterà premere quest’altro pulsante e i tuoi ricordi non esisteranno più.”
Mentre i due parlavano un segnale luminoso iniziò a lampeggiare all’interno della sala.
“Maledizione” esclamò infuriato il direttore sanitario “Questa non ci voleva proprio. Sbarrate la porta e non fate entrare nessuno, ci siamo capiti?”
“Sì, capo!” esclamarono le due guardie, ma s’accorsero troppo tardi che le porte non potevano essere chiuse perché non conoscevano il codice di chiusura.
“Idioti!” esclamò ancora più infuriato il direttore sanitario “Quante volte vi ho detto d’imparare quel maledetto codice! Adesso ci scopriranno e la mia carriera sarà finita!”
Intanto, anche nella stanza in cui giacevano i pazienti, il monitor che li collegava iniziò a lampeggiare. Uno dopo l’altro si risvegliarono.
Avevano ricordato.
Avevano capito.
E volevano giustizia.
Liberatisi dagli elettrodi s’inoltrarono nel corridoio e raggiunsero la sala di ri-programmazione. Le porte, a causa del mancato inserimento del codice, erano aperte.
Le guardie provarono a bloccarli come potevano ma furono messe fuori combattimento. Il direttore, preso dal panico, cercò di giustificarsi: “L’ho fatto per voi, per il vostro bene. Era per studiare la memoria…”
Ma nessuno gli credette.
Mentre alcuni dei pazienti liberavano Luca altri iniziarono a circondare il direttore e a sospingerlo verso la sedia metallica.
Dopo averlo legato con le cinghie Luca attivò il terminale. “Vediamo cosa succede quando tocchi la tua memoria.” Il processo di ri-programmazione iniziò. Ricci urlò, ma non per dolore — per terrore. Sul monitor, alla fine, apparve la frase: “Memoria operativa: cancellata.”
La verità fu diffusa. Tra i collaboratori del direttore spiccava un nome insospettabile: Clarissa, la sua segretaria personale, che raccoglieva i dati dei pazienti e li girava al suo superiore. Tutti i colpevoli furono processati e condannati. Ricci, ormai svuotato della sua identità, fu radiato dal sistema sanitario e internato in un ospedale psichiatrico.
I pazienti recuperarono i loro ricordi e tornarono alle loro vite. Marco ritrovò se stesso. Luca divenne il nuovo direttore dell’ospedale. Silvia divenne, a sua volta, una delle dottoresse più affermate.
Da quel giorno, nessuno avrebbe più subito trattamenti non voluti. E la vita all’Ospedale San Vittore tornò a scorrere tranquilla.










