Sii te stesso; tutti gli altri personaggi hanno già un interprete.
— Oscar Wilde.
Questo è il primo articolo sul mio nuovo blog. Ho appena iniziato a mandare avanti questo nuovo blog, quindi resta sintonizzato per altre informazioni. Abbonati qui sotto per ricevere una notifica quando pubblico nuovi aggiornamenti.
Un calciatore che diventa allenatore, un allenatore che diventa eroe.
Titolo: Niente è stato vano. Il romanzo di Géza Kertész, lo Schindler del calcio.
Autore: Claudio Colombo.
Genere: biografia, biografia sportiva.
Pagine: 144 (formato cartaceo).
Dove reperirlo: facendo una ricerca su Internet, nei vari store online, questo libro è presente ma o non è disponibile al momento oppure è fuori catalogo. Se volete leggerlo vi consiglio vi cercare nei mercatini del libro usato, nelle postazioni di bookcrossing o scambio libri oppure di provare a guardare in biblioteca.
“Questa storia della persecuzione degli ebrei, ha detto mille volte a Rosa, è una follia senza senso. Avevi ragione tu a dire che in Italia le cose si mettevano male. Ma qui non può succedere, noi siamo diversi. Poi esce di casa e vede le stelle gialle sui vestiti, scansa le camionette di soldati tedeschi che sfrecciano nelle strade, sente i racconti delle persone fuggite dalla campagna che parlano di esecuzioni di massa e di deportazioni, e capisce che questa diversità non esiste. Non c’è bisogno che István lo incalzi. Géza ha già deciso: sì, bisogna fare qualcosa…”
Trama: Da semplice e apprezzato allenatore di calcio a eroe silenzioso di una guerra malvagia. Géza Kertész è un calciatore ungherese a fine carriera quando, a metà degli anni Venti, decide di trasferirsi con la famiglia in Italia per inseguire il sogno di diventare trainer. Géza è bravo, ha idee e sa gestire un gruppo, qualità che lo fanno subito emergere in contesti difficili come i campionati minori, dove conquista simpatie, successi e promozioni a raffica. Quella che doveva essere una parentesi breve si trasforma in un’esperienza di vita: Kertész allenerà nel nostro Paese per quasi vent’anni, da nord a sud, in tutte le categorie compresa la serie A, attraversando le frasi di crescita di un fenomeno sportivo sempre più vicino alle masse, e come tale presto inghiottito dalla macchina propagandistica del regime fascista. Géza non si occupa di politica, ma non può fare a meno di vivere con disagio e preoccupazione la situazione politica creatasi nel Paese che lo ha adottato. È una presa di coscienza lenta e inarrestabile, che lo condurrà verso una nuova consapevolezza. Nel 1943, quando la guerra è nella sua fase più acuta, Géza decide di tornare in Ungheria. In patria entra in contatto con una realtà profondamente cambiata. Lui stesso, più maturo e convinto dell’ingiustizia che si sta propagandando in Europa, si accorge di essere cambiato. L’invasione tedesca dell’Ungheria e la spaventosa caccia all’ebreo scatenata da Hitler lo spingeranno a una decisione rischiosa: l’adesione a una cellula clandestina di resistenti. Una scelta alta e profondamente umana che, nel nome di un ideale di libertà e di uguaglianza, lo porterà al sacrificio della sua stessa vita.
Anche nel mondo dello sport esistono figure che, con straordinario coraggio e a costo della propria vita, hanno saputo infrangere le leggi ingiuste dell’epoca, sfidare il pregiudizio e opporsi alla dittatura, riuscendo a salvare dalla morte certa numerosi cittadini ebrei. Ero già a conoscenza di Gino Bartali, campione di ciclismo e rivale di Fausto Coppi, ma prima di leggere questa biografia non sapevo che anche un calciatore avesse avuto un ruolo chiave nella salvezza di tante persone ebree.
Rispetto a Bartali, Schindler o Perlasca, il nome di Géza Kertész risulterà sconosciuto ai più perché la sua storia è rimasta a lungo sepolta sotto le macerie della guerra e dell’oblio. Nonostante il suo ruolo decisivo nella protezione e nella fuga di molti cittadini ebrei, la memoria collettiva non gli ha dedicato la stessa attenzione riservata ad altri eroi più noti. Eppure la sua vicenda merita di essere raccontata: un allenatore e calciatore ungherese che, nel pieno della ferocia nazista, scelse di mettere a rischio tutto ciò che aveva per salvare vite innocenti, trasformando il calcio, il suo mondo, in un terreno di resistenza.
Un compito molto difficile, pericoloso e con la consapevolezza che sarebbe bastata una “mossa falsa”, un orecchio indiscreto, una spia per mandare tutto in frantumi e condannare a morte non solo le persone che cercava di proteggere, ma anche lui stesso.
Ma che cosa si sa di questo calciatore/allenatore – eroe prima che la guerra arrivasse a portare distruzione, morte e sofferenza in Europa? Ancora prima di diventare un simbolo di resistenza Géza Kertész era un uomo di sport: un allenatore rispettato, un ex calciatore dotato di disciplina e carisma, un professionista che aveva costruito la sua carriera tra Ungheria e Italia. Amato dai suoi giocatori, stimato dagli avversari, era noto per la sua serietà, la sua correttezza e la capacità di leggere il gioco con lucidità. Nulla, almeno in apparenza, lasciava presagire che quell’uomo così riservato e dedito al calcio sarebbe diventato un punto di riferimento nella lotta contro il nazismo.
La sua vita prima del conflitto era fatta di allenamenti, trasferte, tattiche e campionati: un’esistenza scandita dal ritmo del pallone, non certo da quello della clandestinità. Eppure proprio questa normalità rende ancora più sorprendente la sua trasformazione in un eroe silenzioso. Quando l’Europa iniziò a precipitare nell’orrore Kertész non rimase spettatore: mise a disposizione la sua rete di conoscenze, la sua capacità organizzativa e la sua naturale autorevolezza per proteggere chi era in pericolo. Il calcio, per lui, divenne un ponte verso la salvezza.
“Niente è stato vano” è quindi molto più della semplice biografia di uno sportivo: è il recupero di una memoria rimasta troppo a lungo silenziosa, un tributo a un uomo che ha scelto il coraggio quando tutto intorno invitava alla paura. Leggere la storia di Géza Kertész significa riscoprire un frammento d’umanità nascosto tra le pieghe della Storia, un esempio di come anche il mondo dello sport possa diventare un luogo di resistenza, dignità e salvezza.
È un libro che illumina, che restituisce valore a un nome quasi dimenticato e che ci ricorda quanto sia importante continuare a raccontare queste vicende, perché nessun gesto d’umanità dev’essere lasciato nell’ombra.
Voto alla fine della lettura del libro: 7.5.
👍 la narrazione scorre in modo fluido e lo stile è coinvolgente e accessibile anche per chi non ha familiarità con la storia del calcio o con il contesto della Seconda Guerra Mondiale; la ricostruzione storica degli eventi è molto accurata e precisa: sia la parte dedicata al calcio che quella in cui viene introdotta la guerra sono descritte con chiarezza e rigore, senza fronzoli né abbellimenti, restituendo al lettore un quadro fedele e rispettoso degli eventi; questo libro fa davvero un lavoro prezioso: riporta alla luce un nome che per troppo tempo è rimasto nascosto e ci ricorda quanto sia importante non lasciare nell’ombra chi ha avuto il coraggio di scegliere l’umanità.
👎 nessuna nota negativa da segnalare.
E voi avete già letto “Niente è stato vano. Il romanzo di Géza Kertész, lo Schindler del calcio” di Claudio Colombo? Conoscete altre storie in cui lo sport è diventato un atto di resistenza o di salvezza?
Trama: Questo romanzo è la storia dell’amore impossibile fra un padre e una figlia che quasi non si conoscono e si ritrovano insieme, per qualche settimana, in un albergo sul lago di Lugano. Il padre è il corrispondente da Bonn di un grande giornale di Milano (in cui sarà facile riconoscere il “Corriere della Sera”), uomo disincantato, lucido, pieno di soprassalti della memoria, di idiosincrasie, di occultate amarezze e nostalgie, ma al tempo stesso con qualcosa di eternamente adolescente, agile e acerbo; la ragazza è una figlia di diciotto anni, che è stata messa in collegio dopo la morte della madre e ben poco ha visto del mondo, ma vive una sua vita intensa di fantasticherie grandiose, di passioni sospese e avvolgenti. La loro convivenza in albergo sviluppa, si può dire fatalmente, un terribile amore: soprattutto da parte della figlia, prorompente e ingenua, eppure dotata di una strana maturità, che rende il rapporto col padre tanto più paradossale. Questa figlia, infatti, non gli si vuole offrire come amante, ma come moglie, e oltre tutto come moglie protettiva, conscia di quel lato infantile che al padre, poi, appartiene realmente. Diviso fra l’attrazione e la ripulsa per questa “calamità” che si abbatte sulla sua vita, mentre tenta vanamente di fare chiarezza in sé stesso e nel suo passato, il padre crede di sfuggire all’incesto buttandosi in una rapida avventura con un’amica della figlia. Ma questo non farà che aiutare il gioco a precipitare nel dramma.
Pensavo di rifarmi, dopo una precedente lettura un po’ “così cosà”, ma evidentemente non doveva andare cosi, 👎.
Questo è il penultimo libro che ho preso alla postazione di “scambio libri” e credo che, forse, avrei fatto meglio a lasciarlo lì… ma nulla mi toglie dalla possibilità di riportarcelo, 😉.
La narrazione si svolge per il 99% del tempo in una stanza d’albergo, mentre i protagonisti principali sono solo due: potrebbe sembrare che una lettura con così pochi elementi narrativi sia destinata a procedere in modo agile, quasi naturale… e invece no: la storia, pagina dopo pagina, diventa un procedere sempre più lento, quasi come se ci volesse una “spintarella” per darle modo d’avanzare.
Ma voglio lasciare, come sempre, il mio giudizio soggettivo alla fine: ora mi concentrerò sulla trama, 🙂.
La storia si svolge in un albergo collocato vicino al lago di Lugano: un posto che, all’apparenza, potrebbe suggerire tranquillità, aria pulita, magari anche qualche scorcio rilassante… ma tutto questo resta fuori dalla porta della stanza che ospita Guido e Mimmina, i due protagonisti di “Un dramma borghese”. Guido è un padre, vedovo, di cinquant’anni: caratterialmente è molto pacato, equilibrato e con una grande pazienza. Non si dimostra mai né impulsivo né autoritario nei confronti della figlia e riesce a mantenere con lei, almeno all’inizio, un civile rapporto paterno. Ma dietro a questa pacatezza e tranquillità si nasconde anche l’anima fragile di un uomo che nasconde una grande insicurezza. Tutto l’opposto è, invece, Mimmina: la figlia di Guido è una ragazza di diciotto anni dal carattere molto spigoloso che alterna momenti in cui si chiude in sé stessa a momenti in cui si comporta come una bambina capricciosa e che fa le bizze. Due caratteri diametralmente opposti ma che, a causa di qualche problema di salute, si ritrovano a condividere lo stesso spazio. Questa “convivenza forzata” porterà Mimmina ad attaccarsi sempre di più a suo padre, arrivando a vederlo quasi come “un dio”, una figura che lei trasforma in qualcosa di più grande e ambiguo, fino a trasformare l’affetto che ha per lui in una continua ricerca d’attenzione e conferme che andranno a sfociare in una vera e propria ossessione. A nulla varranno i deboli tentativi fatti da Guido per ristabilire i ruoli e a mettere le distanze per una convivenza civile: ogni piccolo gesto, ogni parola pronunciata finiscono per essere male interpretati da Mimmina e che li vede come dei segnali di un coinvolgimento speciale, come se ogni minima attenzione confermasse l’immagine idealizzata che lei si è costruita del padre. Come andrà a finire questa convivenza forzata di Guido e Mimmina? E la ragazza riuscirà a liberarsi dell’ossessione che ha per il padre oppure continuerà a scivolare dentro un sentimento che cresce senza controllo, arrivando fin quasi a cancellare il confine tra affetto e bisogno?
Voto alla fine della lettura del libro: 3.
👍 lo scrittore ha fatto un buon lavoro nel rendere questo romanzo claustrofobico, costruendo un’atmosfera che accompagna passo passo la storia. La stanza d’albergo non è più solo il luogo che ospita i due protagonisti ma diventa anche un contenitore emotivo e un microcosmo dove ogni gesto, ogni parola, ogni silenzio e ogni tensione viene amplificata.
👎 nonostante la buona volontà nell’aver reso questo romanzo così claustrofobico ho trovato la narrazione eccessivamente lenta e priva di un vero ritmo. Questa lentezza, a lungo andare, ha finito per rendere la storia senza mordente e lasciandomi la sensazione d’aver letto qualcosa che non è mai riuscito a decollare del tutto; ho trovato i due personaggi principali pieni di difetti, ridicoli nel loro modo d’essere e di comportarsi. Guido è un uomo senza “spina dorsale”, debole e succube delle attenzioni malate della figlia: invece di tenerla lontana e ristabilire i ruoli tra padre e figlia sembra quasi volerla incoraggiare a proseguire in quella dinamica malsana, accettando senza reagire comportamenti che avrebbero richiesto fermezza, lucidità e un confine chiaro. Mimmina, se possibile, è ancora peggio del padre: ha diciotto anni ma si comporta come se fosse una bambina di cinque. Manipola il padre che, troppo debole per reagire, le permette ogni volta d’oltrepassare qualsiasi limite, finendo così per rendere l’ossessione che ha verso di lui in qualcosa di ancora più radicato e incontrollabile. Questo personaggio, a ogni accenno di comparsa all’interno della storia, ma anche ad ogni entrata in scena, mi ha provocato un vero e proprio senso d’angoscia: nemmeno nei thriller con la più alta forma di tensione o negli horror più spaventosi sono arrivata a provare una sensazione del genere. Avete presente quando, al solo pensiero d’avere a che fare con una persona che vi mette a disagio o vi crea ansia, la vostra mente inizia a cercare una “via d’uscita” per evitare l’incontro? Ecco, questo è quello ha suscitato in me questo personaggio: una presenza talmente disturbante da rendere ogni sua apparizione qualcosa dal quale voler fuggire a gambe levate pur di non subire ancora quella tensione opprimente.
E voi avete già letto “Un dramma borghese” di Guido Morselli? Vi è mai capitato d’imbattervi in un personaggio talmente disturbante da farvi provare un’angoscia simile?
Fresco, delizioso e sempre a portata di mano: al gelato è impossibile dire di no, 😋.
Come vi dicevo in un post precedente ho voluto provare entrambe i gusti di questi gelati: dopo il duo vaniglia e cioccolato è arrivato il turno del Gelato Soft Vaniglia e Caramello, sempre a marca Algida.
Il Gelato Soft alla Vaniglia e Caramello Algida è una gustosa vaschetta pensata per offrire la tipica consistenza soffice del gelato da macchina di una volta, ma in un formato domestico e pronto per essere gustato. All’interno i due gusti sono disposti affiancati: da una parte la vaniglia e dall’altra il caramello, ognuno con la propria colorazione così da permettere di scegliere se gustarli separatamente o combinarli direttamente nelle coppette . La vaniglia si presenta con un colore chiaro e uniforme, mentre il caramello ha una tonalità più calda e ambrata, facilmente distinguibile a colpo d’occhio. La consistenza è uno degli elementi principali del prodotto: il gelato rimane morbido fin dal primo boccone e può essere gustato senza attese inutili. La texture è liscia e omogenea, pensata per evitare la formazione di cristalli e mantenere quella sensazione “soft” che richiama il gelato espresso. La vaniglia si presente con un gusto dolce e delicato, mentre il caramello aggiunge una nota più intensa e zuccherina e con un aroma che richiama il caramello classico. Essendo separati i due gusti mantengono identità e caratteristiche ben definite, senza mescolarsi tra di loro durante il consumo. Il prodotto è pensato per chi cerca un gelato pronto e versatile, con sapori familiari e una consistenza più soffice rispetto ai gelati tradizionali in vaschetta. La combinazione vaniglia/caramello punta a soddisfare i gusti di vari consumatori, offrendo un dessert semplice da servire e adatto a diverse occasioni, dal consumo quotidiano alle serate in compagnia.
👍 rispetto alla vaschetta vaniglia e cioccolato in questo caso ho percepito, seppur non in maniera eccessiva, il gusto della vaniglia: dolce, ma non troppo, e che si sposa bene con l’altro gusto, quello al caramello; per quanto riguarda il caramello ho trovato questo gusto perfino più buono di quello dell’altra vaschetta, quello al cioccolato: molto presente, ma senza essere stucchevole, della giusta dolcezza e che, boccone dopo boccone, mi ha ricordato tantissimo uno dei dolci freschi più buoni, il crème caramel; una piccola porzione di questo gelato diventa una dolce pausa o una merenda da gustare in totale relax, sia da soli che in compagnia; ottimo anche da servire con della frutta fresca a fianco oppure con qualche biscottino.
👎 anche in questo caso la parola “soft” stampata sulla confezione è ingannevole: se lo si gusta appena tolto dal freezer il gelato è duro come qualsiasi altro gelato in vaschetta… e se, in mancanza dello “spallinatore” (sì, lo so, non è il nome giusto, ma fin da bambina l’attrezzo per porzionare il gelato ha preso questo nome, 😅. Voi come lo chiamate?), provate a porzionarlo con un cucchiaio o un cucchiaino l’effetto che otterrete è quello nella foto. Roba che “David Copperfield, scansati proprio, 🤣!
Ecco come ho ridotto il cucchiaino cercando di porzionare il gelato, 😄😄.
E voi avete già provato il Gelato Soft Vaniglia e Caramello a marca Algida? Che sia artigianale oppure industriale, qual è il vostro duo di gelato preferito?
Anche quest’anno le vacanze sono andate bene, ma hanno un difetto… passano sempre troppo presto, 😄.
Rientrata a Settembre avrei voluto tornare, con i miei tempi, sul blog… ma il macello che ho trovato una volta rientrata, e che si protrae ancora adesso (per essere più precisa è una situazione che dura ininterrottamente da due anni e l’ultimo periodo è stato qualcosa che farebbe perdere la pazienza anche a un santo), mi lascia poco tempo e non riesco a essere presente tanto quanto vorrei.
Niente di grave, nessun problema di salute o roba simile, piuttosto una costante e quotidiana rottura di palle che mi ritrovo ogni volta che apro la posta elettronica.
Vi mostro due screenshot che ho scattato, così mi spiego meglio.
Escludendo le foto dei libri che ho letto e la foto della torta che ho preparato, tutti gli altri sono screenshot di mail di phishing che ricevo in modo assillante e quotidiano nella posta elettronica (quelli che vedete nello screenshot sono le segnalazioni di una sola settimana…immaginate la stessa situazione ma ripetuta settimana dopo settimana. Fortunatamente sono una persona molto attenta e non apro mai i link che si trovano al loro interno, ma nonostante ciò e nonostante le quotidiane segnalazioni che invio sia ai vari servizi segnalazioni che al provider di Apple la storia si ripete… e devo dire che non ce la faccio più!
Ho preso anche mille precauzioni, oltre a segnalare ogni volta queste mail: regole con parole che mandano queste mail direttamente nel cestino, passkey, blocco delle mail di phishing, ecc ecc. Niente, assolutamente niente di tutto questo funziona e aprire la posta elettronica (è un gesto che faccio ogni giorno perché potrei trovare, come mi è capitato ieri con la bolletta del telefono, mail importanti direttamente nel cestino. E se le cancellassi senza guardare non potrei più recuperarle).
Avete presente quando dicono che gli hacker cambiano sempre indirizzo mail per evitare di farsi rintracciare? Ho scoperto che in certi casi la cosa è falsa: pur avendo bloccato tantissimi indirizzi mail, e senza che questi cambino anche solo una lettera per bypassare il blocco, mi ritrovo a ricevere mail (non tutte ma alcune sì) da alcuni indirizzi mail che ho bloccato in precedenza.
Aprire la posta elettronica ormai è diventato qualcosa che crea ansia e rabbia allo stesso tempo.
Sicuramente in tantissimi si ritrovano nella mia stessa situazione e quando la cosa diventa così insostenibile la voglia di far cadere “accidentalmente” il device nell’acqua per non avere più questo assillo è forte. Il buonsenso m’impedisce di compiere un gesto del genere perché poi finirei per perdere tutto quello che d’importante ho sul device, ma mantenere la calma davanti a tutto ciò è davvero difficile.
Scusate lo sfogo, non avrei voluto riprendere a scrivere sul blog con un post in cui vi ammorbo con i miei problemi.
Tornando a qualcosa di più allegro e in tema con il mio blog: ho tantissime recensioni che devo postare e pian piano, e trovando il tempo per essere presente almeno qui sul mio blog (spero di riuscire presto a tornare anche a visitare anche tutti i vostri, 🙂), vorrei riuscire a pubblicarle tutte.
Nel frattempo auguro a tutti e a tutte voi una buona serata… e naturalmente BUON HALLOWEEN 🎃 👻 🎃👻🎃👻🎃👻🎃👻!
Finalmente stanno arrivando le tanto sospirate vacanze!
Nonostante la partenza sia il primo Agosto in questi ultimi giorni di Luglio le cose che dovrò fare e che dovrò preparare in vista della partenza sono tante (ridursi a fare tutto negli ultimi giorni non è propriamente una buona idea, 😅.)
Per questo quest’anno il blog andrà in pausa con un po’ d’anticipo rispetto agli scorsi anni.
La montagna anche quest’anno sarà la meta delle vacanze e sono super carica.
Detto ciò, auguro a tutte e a tutti voi delle fantastiche vacanze!
Ovunque le passiate, che sia mare, montagne, lago, ecc, divertitevi, riposatevi e godetevele fino in fondo!
La mia colazione mattutina è composta tipicamente da cibi dolci (anche se ogni tanto, per cambiare, mi concedo anche qualcosa di salato, 😉): una bella tazza di tè e un dolcetto.
Biscotti, torta, brioches… va bene qualsiasi cosa, purché sia golosa, 😋!
Tra i dolci che mangio con più frequenza a colazione ci sono i biscotti: sono leggeri, sazianti ma non troppo, sono golosi… e uno tira l’altro, 😅!
Nel carrello della spesa settimanale ho messo dei biscotti non troppo “pasticciati” o cioccolatosi (cosa molto insolita perché amo i dolci al cioccolato, 😅), e ho puntato sui Biscotti Bastoncini a marca Balocco.
I Biscotti Bastoncini a marca Balocco sono un prodotto dolciario da forno pensato per la colazione o la pausa quotidiana, caratterizzato da una forma allungata e sottile che richiama dei piccoli bastoncini dorati. La consistenza del biscotto è compatta, regolare e con una superficie leggermente rigata che ne definisce l’aspetto distintivo. Al tatto risultano solidi, ma non eccessivamente duri, e sono stati creati per mantenere la loro integrità sia consumati da soli che immersi in bevande calde. La colorazione è uniforme, tipica dei biscotti ottenuti da impasti semplici e tradizionali, con una doratura omogenea. Gli ingredienti di questi biscotti sono i più classici e famosi della biscotteria italiana, selezionati per garantire una consistenza asciutta e una friabilità equilibrata. La ricetta punta a un gusto delicato, pensato per accompagnare latte, tè o caffè senza sovrastarne l’aroma. La fragranza è lieve e richiama sia note di cereali che biscotto da colazione, mentre la consistenza durante il morso risulta croccante all’inizio, poi più morbida man mano che si scioglie. La forma allungata facilita la presa e la degustazione, rendendo il prodotto adatto anche a un consumo rapido o fuori casa.
Dal punto di vista pratico i Bastoncini Balocco si presentano come un prodotto versatile, adatto a chi cerca un biscotto semplice e facilmente abbinabile.
👍 all’inzuppo non perdono subito la loro compattezza ma restano croccanti, sciogliendosi pian piano in bocca mentre li si mastica; la dolcezza non è eccessiva e non nauseano come succede con altri biscotti; sono ottimi per accompagnare una bevanda calda come tè, caffè, cioccolata, ecc, ma allo stesso tempo sono buonissimi anche gustati da soli, così, in semplicità; per chi ama concedersi un piccolo snack fuori pasto questo biscotti sono perfetti perché sono leggeri ma sazianti; appena si apre la confezione si viene invasi da un buonissimo profumo di biscotti appena sfornati; per chi ama preparare dolci questi biscotti sono, ad esempio, un’ottima base per preparare la parte biscottata della cheesecake.
👎 unica nota negativa è che, rispetto allo stesso biscotto che acquistavo in passato, questi sono decisamente più piccoli come forma… indovinate perché? Esatto! La maledetta “shrinkflation” che ha colpito anche i biscotti facendoli diventare sempre più piccoli.
E voi avete già provato i Biscotti Bastoncini a marca Balocco? Su quali prodotti avete notato un notevole calo della quantità e con che cosa li avete sostituiti?
Per un pranzo o una cena estiva l’insalata di pasta fa sempre un gran figurone, 😉.
Uno dei primi piatti più buoni che vanno per la maggiore in estate è l’insalata di pasta, 😋!
Non solo è molto buona ma è anche veloce da preparare e gli ingredienti con cui condirla vanno a creare delle varianti sempre diverse!
Dalla semplice pomodoro e mozzarella ad una più ricca con tanti ingredienti colorati l’insalata di pasta rende il pranzo (o la cena) un momento di convivialità che riunisce a tavola l’intera famiglia, 😀.
Per combattere il caldo, anche a tavola, ecco la mia ricetta dell’Insalata di Pasta Fredda “Profumo di Riviera”.
Ingredienti:
150g. di pasta corta a vostra scelta;
6-7 pomodorini ciliegino;
1-2 manciate di olive taggiasche;
una scatoletta di tonno sott’olio;
1 confezione di mozzarelline ciliegino;
sale q.b per cuocere la pasta;
olio extravergine d’oliva q.b;
origano q.b;
basilico q.b.
Procedimento:
Fate bollire una pentola d’acqua, salatela e fate cuocere la pasta corta (fusilli, farfalle, orecchiette o qualsiasi altro tipo di pasta di questo formato).
Lavate molto bene i pomodorini, asciugateli e tagliateli a spicchi.
In una ciotola mettete i pomodorini tagliati a spicchi, le olive taggiasche e il tonno scolato dall’olio e sbriciolato.
Scolate le mozzarelline ciliegino dall’acqua di conservazione, asciugatele bene e aggiungetele al resto degli ingredienti.
Quando la pasta sarà cotta scolatela e fatela raffreddare sotto un getto d’acqua fredda.
Unite la pasta fredda al resto degli ingredienti e condite con un filo d’olio, origano e qualche foglia di basilico.
Mescolate bene, coprite con della pellicola alimentare e fate riposare l’insalata di pasta in frigo per 1-2 ore.
Passato questo tempo togliete l’insalata di pasta dal frigorifero e servite in tavola.
Buon appetito!
Consigli aggiuntivi:
se preferite potete usare l’olio del tonno per condire la pasta;
al posto dei pomodorini ciliegino potete usare i datterini;
se non vi piacciono le olive taggiasche potete usare quelle verdi, nere o un mix d’entrambe;
potete arricchire ulteriormente la vostra insalata di pasta con prosciutto cotto a cubetti, piselli, mais o altri ingredienti a vostra scelta;
al posto della pasta corta potete usare la pasta lunga.
Trama: La morte per Aids ha interrotto una carriera in piena ascesa, di colui che Salman Rushdie ha definito l’intelligenza più colta e brillante che avesse mai incontrato. Bruce Chatwin, ultimo nomade in un mondo sempre più ristretto, irruppe sulla scena letteraria nel 1977 con il suo primo successo, In Patagonia, che cambiò radicalmente la concezione di raccontare viaggi. I libri che seguirono, da Il viceré di Ouidah a Utz, confermarono la sua statura di scrittore, capace di reinventarsi continuamente come cantastorie dei generi più svariati. Ma quanti dei lettori che avrebbero desiderato viaggiare con lui attraverso il Sudamerica o l’Africa o l’Australia possono dire di conoscere realmente chi sia Chatwin, con il suo orrore del domicilio, la sua inquieta erranza, la sua disperata volontà di vivere? Nel 1991, Nicholas Shakespeare è stato autorizzato a consultare liberamente carte private, lettere e diari dello scrittore. Attraverso cinque continenti ha raccolto informazioni da chi lo conobbe, gli fu vicino, dalla famiglia agli amici, da chi lo ospitò e da chi lo detestava; infine dai suoi amanti. Cercando Chatwin dietro la sua maschera, Shakespeare ha scritto la biografia definitiva di una delle figure più carismatiche, inquietanti e affascinanti del nostro tempo.
C’è voluto un bel po’ di tempo prima di riuscire a concludere quest’ultima lettura, ma alla fine ce l’ho fatta e sono arrivata a girare l’ultima pagina… e direi persino con grande sollievo perché, nonostante in passato abbia già letto alcune biografie, questa è stata quello che viene definito “un mattone”, non solo per il numero di pagina ma anche per il modo in cui il libro è stato scritto.
La biografia che ho letto narra la vita dello scrittore britannico Bruce Chat: una narrazione in cui l’autore Nicholas Shakespeare mette totalmente a nudo la complessità di Chatwin, scavando senza pietà tra luci e ombre, tra genialità e contraddizioni. Ogni episodio della sua vita è messo sotto la “lente d’ingrandimento”, analizzato in ogni sua parte, senza tralasciare nulla. Quello che emerge è un uomo magnetico e sfuggente, capace di incantare chiunque incontrasse ma anche di manipolare, esagerare, reinventare la realtà quando gli tornava comodo. In questa biografia non si viene a conoscere solo il Chatwin scrittore, ma anche il viaggiatore, il curioso instancabile, l’uomo che sembrava incapace di restare fermo nello stesso posto per più di qualche settimana. Dall’Australia all’Africa, dalla Patagonia al Galles, ogni luogo diventa un tassello per capire meglio chi fosse davvero questo personaggio così sfuggente. Gli ultimi anni di Chatwin sono segnati da una malattia crudele e impietosa, una malattia che negli anni Ottanta lasciava ben poche speranze di sopravvivenza: l’Aids. La scoperta d’essere sieropositivo non abbatte Chatwin ma lo spinge a vivere il tempo che gli resta con una determinazione quasi ostinata, continuando a viaggiare, a scrivere, a cercare storie come se ogni giorno fosse una piccola corsa contro il tempo. Perché è proprio nei momenti più difficili che emerge l’uomo dietro al mito, quello che non può più nascondersi dietro ai viaggi, alle storie, alle invenzioni e che si mostra finalmente per ciò che è: fragile, contraddittorio, ma profondamente umano.
Voto alla fine della lettura del libro: 3.
👍 unica nota positiva è che, pur non avendo mai sentito nominare Bruce Chatwin prima di aprire questo libro, la lettura mi ha permesso di ampliare il mio bagaglio culturale: ora conosco un autore che ha avuto un ruolo importante nella letteratura di viaggio e, chissà, magari in futuro mi ritroverò a leggere qualcuno dei suoi libri per capire meglio la sua voce, al di là della biografia.
👎 più che una biografia mi sembra d’aver letto qualcosa che assomiglia molto di più a un giornale di quelli scandalistici. L’autore si è concentrato molto di più su aspetti privati che potrebbero tranquillamente essere messi “sullo sfondo”, pettegolezzi vari e dettagli superficiali che non aggiungono nulla alla comprensione dell’autore, anzi finiscono per appesantire la lettura. Shakespeare sembra quasi più interessato a mettere in luce le contraddizioni, le fragilità e le scelte di Chatwin, dimenticandosi di concentrare la narrazione sul suo percorso letterario. Il risultato finale è una biografia che, invece d’approfondire l’opera, si perde in un accumulo d’informazioni personali che ricordano più una lunga inchiesta scandalistica che un ritratto equilibrato di uno scrittore.
E voi avete già letto “Bruce Chatwin” di Nicholas Shakespeare? Vi piacciono le biografie che scavano così a fondo nella vita di un autore oppure preferite quelle più leggere e focalizzate sulle opere?
Dopo aver letto questo post mi direte sicuramente, e a ragione: “Beh, cambialo no?!”
E avreste ragione: ormai dovrei aver già cambiato questo iPad che ormai ha sette anni con uno nuovo, più funzionale e veloce.
Solo che i vari imprevisti, saltati sempre fuori quasi o all’ultimo minuto, mi hanno costretta a rimandare l’acquisto.
Da qui la mia decisione: lo cambierò, senza alcun dubbio, ma ho deciso di non programmare più il cambio. Quando mi salterà lo “sghiribizzo”, farò il mio acquisto d’impulso e senza pensarci.
Fatta questa premessa avrei un consiglio da chiedervi: anche voi, durante l’arco della giornata, userete molto i vari device, e da qui la mia domanda.
Siete a fine giornata e avete ancora un po’ di percentuale, prima di metterlo sotto carica, che potete utilizzare per scrivere, leggere, ecc.
Quali trucchetti, durante il giorno, utilizzate per ottimizzare al meglio la percentuale di batteria?
Di mio ho già tolto l’aggiornamento in background delle app che ho sull’iPad, tolto la condivisione e la posizione dell’iPad e lo spengo durante la pausa pranzo.
Altri trucchetti che potrei usare per rendere ancora più ampia la percentuale rimanente della carica della batteria?
In questo momento, con la percentuale che mi rimane di carica della batteria, riesco ad essere presente sul blog e a visitare un po’ di blog che seguo.
Ma con il fatto che la pila di libri cartacei si è quasi esaurita e tornerò a leggere gli ebook mi piacerebbe riuscire ad avere un livello accettabile di carica sia per leggere che per il blog.
Lo so, sono un caso irrecuperabile e senza speranza…. ma come si fa a resistere al gelato, 😄!?
E in quest’estate 2026 ne sto mangiando a iosa di gelati, 😄.
Questa volta, però, ho voluto cambiare un po’: niente gelati “della Barbie” (e se avete letto i miei precedenti post in merito ai gelati sapete il perché di questo termine, 😉) ma una (anzi due) vaschetta… chissà se riuscirà a durare più dei gelati in formato biscotto e simili, 🤔.
Ho puntato ancora una volta sulle novità, ed essendo anche in offerta ho comprato entrambi i gusti: Vaniglia & Cacao l’uno, Vaniglia & Caramello l’altro.
Entrambi sono gelati a marca Algida, ma quello di cui vi parlerò in questo post è quello alla Vaniglia e Cacao, 😉.
Il Gelato Soft Vaniglia & Cacao a marca Algida è uno di quei gelati che si presentano tra i gusti più classici: una volta aperta la vaschetta i due gusti sono subito distinguibili alla vista. La parte alla vaniglia, chiara e uniforme, e quella al cacao più scura e compatta. L’aspetto è quello tipico dei gelati morbidi, con una consistenza pensata per essere soffice fin dal primo cucchiaio e senza dover aspettare che si ammorbidisca. Il profumo è leggero, con note dolci che richiamano la vaniglia e un aroma più intenso che arriva dal cacao. In bocca i due gusti si alternano in modo semplice: la vaniglia porta una dolcezza più delicata, mentre il cacao aggiunge un tono più deciso e durante l’assaggio finiscono per mescolarsi in modo naturale. La consistenza rimane immutata dal primo all’ultimo cucchiaio e senza cambiamenti significativi. Nel complesso è un gelato pensato per essere pronto all’uso, pratico e immediato, adatto a chi vuole qualcosa di semplice da servire senza preparazioni o attese.
👍 la parte al cacao, né troppo dolce né troppo amara, presenta un buon equilibrio di gusto; sempre riguardo la parte al cacao se ne percepisce bene il profumo all’olfatto; il duo vaniglia e cacao è un classico che non passa mai di moda e continua a ingolosire il palato; ottimo da servire sia come dolce a fine pasto che come pausa merenda rinfrescante e golosa.
👎 sulla consistenza avrei qualche dubbio: non è propriamente “soft” come c’è scritto sulla confezione. Vi spiego perché: nel porzionarlo ho fatto un po’ di fatica, come succede per altri gelati di questo tipo, a toglierlo dalla vaschetta perché la consistenza risulta piuttosto dura (persino il manico del cucchiaino con il quale lo stavo porzionando si è piegato e mi è toccato raddrizzarlo); ma ancora più “grave” di questa nota negativa è il gusto alla vaniglia. Parliamone: la confezione presenta il duo vaniglia e cacao. Vaniglia? Quale vaniglia? In bocca non ho sentito minimamente questo sapore: più che vaniglia lo definirei un gelato al gusto panna con forse solo un leggerissimo ma proprio leggerissimo accenno di vaniglia. Oddio, non che il gusto panna non mi piaccia anzi, mi piace molto, ma se sulla confezione mi scrivi gelato alla vaniglia io m’aspetto un gelato di questo gusto.
E voi avete già provato il Gelato Soft Vaniglia & Cacao a marca Algida? Quale gelato è stata una delusione per voi perché prometteva un gusto ma in realtà era tutt’altro?